Nel giro di ventiquattr’ore il mondo si è trovato di fronte a un conflitto come non se ne vedevano da decenni. Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato massicci attacchi militari contro l’Iran, seguiti da operazioni di rappresaglia iraniane contro almeno otto Paesi della regione.
L’operazione “Epic Fury”, avviata sabato da Stati Uniti e Israele, ha colpito obiettivi militari su vasta scala. Il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, intervenendo al Consiglio di Sicurezza, ha riferito che gli attacchi hanno interessato circa venti città iraniane, tra cui Teheran, Isfahan, Qom, Shahriar e Tabriz. Nella capitale si sono verificate potenti esplosioni nel quartiere che comprende il palazzo presidenziale e la residenza della Guida Suprema.
L’ambasciatore statunitense all’ONU Michael Waltz ha definito gli obiettivi dell’operazione come lo “smantellamento delle capacità missilistiche che minacciano gli alleati” e l’indebolimento “delle forze navali utilizzate per destabilizzare le acque internazionali”, aggiungendo che il regime iraniano non potrà mai minacciare il mondo con armi nucleari.
L’ambasciatore russo Vasilij Nebenzja ha parlato di “oltre 200 morti in 24 province del Paese”. Guterres ha confermato un attacco contro una scuola femminile a Minab, nella provincia di Hormozgan, dove sarebbero morte “almeno 85 persone”; secondo Teheran, le vittime tra i bambini supererebbero le cento. Un’altra scuola sarebbe stata colpita a Teheran, con due morti. Lo spazio aereo iraniano resta chiuso e il Paese è quasi completamente isolato da un blackout di internet.
Il portavoce dell’esercito israeliano, generale Effie Defrin, ha indicato come bersagli sistemi missilistici iraniani, strutture di comando e controllo, industria bellica e infrastrutture nucleari. Ha affermato che le Forze di difesa israeliane hanno già colpito “decine” di missili iraniani e che l’operazione continuerà. Elemento chiave è stata la stretta coordinazione con le forze armate statunitensi.
Iran risponde: sette Paesi sotto attacco
Teheran non è rimasta inattiva. L’Iran ha lanciato attacchi di rappresaglia su vasta scala che, secondo quanto dichiarato dal rappresentante iraniano all’ONU Amir Saeid Iravani, hanno preso di mira tutte le basi, strutture e risorse delle forze nemiche nella regione, considerate “obiettivi militari legittimi nell’esercizio del diritto all’autodifesa”.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno riferito la morte di un civile colpito dai detriti di un missile intercettato. Secondo fonti israeliane citate da Guterres, 89 persone sono rimaste ferite negli attacchi iraniani contro Israele, con effetti anche in Cisgiordania. L’Iran ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz alla navigazione internazionale, una mossa dalle potenziali conseguenze economiche catastrofiche, dato il volume di petrolio che transita lungo questa rotta. Molti Paesi del Golfo sono riusciti a intercettare i missili, ma l’ampiezza dell’offensiva rende difficile parlare di pieno successo dei sistemi difensivi.
“L’Islamica Repubblica dell’Iran, rispondendo a un’aggressione e a una guerra su larga scala, esercita il suo inalienabile e legittimo diritto all’autodifesa”, ha dichiarato Iravani, avvertendo che l’Iran continuerà ad agire “con determinazione e senza esitazione finché l’aggressione non cesserà completamente”.
Diplomazia tradita a Ginevra: cosa è accaduto il 26 febbraio
Uno degli aspetti politicamente più delicati della crisi riguarda il suo contesto diplomatico. Secondo le ricostruzioni, gli attacchi sono avvenuti mentre era in corso un processo negoziale attivo.
Guterres ha riferito che le operazioni sono seguite alla terza tornata di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, mediati dall’Oman, e che erano già in preparazione incontri tecnici a Vienna e una nuova fase politica.
“Mi rammarico profondamente che questa opportunità diplomatica sia andata perduta”, ha dichiarato il Segretario generale.
Nebenzja ha ricordato che il 26 febbraio si era svolta a Ginevra un’ulteriore tornata di contatti tra Washington e Teheran con la partecipazione dell’Oman, durante la quale il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi aveva confermato l’intesa sulla prosecuzione del dialogo.
Gli attacchi militari sono dunque arrivati appena due giorni dopo un incontro in cui entrambe le parti avevano ribadito la disponibilità a continuare i negoziati.
Waltz ha respinto questa interpretazione, sostenendo che il presidente Donald Trump, il segretario di Stato Marco Rubio e gli inviati speciali avevano investito nella diplomazia, ma che essa non può funzionare “in assenza di una reale volontà di cessare l’aggressione”. Per Washington, la diplomazia non sarebbe stata interrotta, bensì “conclusa”, dopo aver esaurito tutte le possibilità.
Waltz contro Nebenzja: due visioni del diritto internazionale
Il Consiglio di Sicurezza si è trasformato nel teatro di uno scontro diplomatico tra Stati Uniti e Russia. Nebenzja ha contestato il presupposto nucleare dell’operazione, citando i rapporti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che non avrebbero mai indicato prove di un programma iraniano per la costruzione di armi nucleari.
Waltz ha replicato affermando che “laddove l’ONU manca di chiarezza morale, gli Stati Uniti la garantiranno”, una dichiarazione che, secondo Mosca, implica la riserva del diritto di agire unilateralmente quando le istituzioni multilaterali falliscono.
Nebenzja ha evocato il precedente del 2003, ricordando le accuse sulle armi di distruzione di massa in Iraq poi rivelatesi infondate.
Europa divisa: Berlino sollevata, Parigi preoccupata
Le reazioni europee hanno evidenziato divisioni profonde. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che il governo federale “condivide il sollievo di molti iraniani per la fine del regime degli ayatollah”, pur avvertendo dei rischi di escalation e richiamando i precedenti di Afghanistan, Iraq e Libia.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha invece chiesto un ritorno alla diplomazia, sottolineando che l’Iran ha colpito diversi Paesi amici della Francia in cui Parigi dispone di basi militari e sedi diplomatiche. “La priorità assoluta è la sicurezza delle nostre installazioni”, ha dichiarato.
Stretto di Hormuz e sicurezza nucleare
La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta uno dei punti più critici della crisi: attraverso questa rotta transita quasi un quinto del commercio mondiale di petrolio. Se la chiusura dovesse consolidarsi, le conseguenze economiche sarebbero immediate e globali.
Guterres ha invocato iniziative diplomatiche e il rispetto della sicurezza nucleare. La Lega Araba ha avvertito che attacchi contro impianti nucleari potrebbero avere conseguenze catastrofiche per intere popolazioni. Nebenzja ha sottolineato che centrali come quella di Bushehr non dovrebbero “in nessuna circostanza” diventare obiettivi militari.
Attacchi a infrastrutture nucleari, anche se limitati agli impianti di arricchimento, comportano rischi di contaminazione radioattiva senza confini. Con lo spazio aereo chiuso e il blackout informatico, una verifica indipendente è attualmente impossibile.
La questione del “giorno dopo”: quattro priorità europee
Merz ha delineato un’agenda in quattro punti per il dopo-crisi: un nuovo ordine di pace in Medio Oriente con il riconoscimento del diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele; un impegno vincolante dell’Iran a rinunciare ai programmi nucleari militari e missilistici; la stabilizzazione e ricostruzione economica dell’Iran con un ruolo europeo; il sostegno al diritto del popolo iraniano all’autodeterminazione.
Macron ha insistito sul fatto che la questione del programma nucleare iraniano e della destabilizzazione regionale non può essere risolta solo con attacchi militari. Guterres ha chiesto “de-escalation e cessazione immediata delle ostilità”, invitando ad agire per allontanare la regione e il mondo “dal baratro”.
Leggi qui l’articolo originale di Adam Radolinski per Focus Europe Poland

